Postfazione

«La libertà si conquista, sempre.

La dignità non si negozia, mai...»

 

INTRODUZIONE
 INDICE
 COMMENTI
 

Questo motto riassume il mio concetto della psicoterapia nel senso etico e agonistico e potrebbe applicarsi bene a questo bel libro, scritto da due terapeuti forgiati in mille battaglie terapeutiche, sociali e politiche.

La libertà non viene mai data, i popoli, i paesi e le persone devono lottare per conquistarla e l’ultimo, irrinunciabile bastione dell’individuo, come vero self, è la sua dignità, pena il crollo nella depressione, nella disperazione o nella frammentazione.

Quando di pazienti si tratta, noi li aiutiamo a definire il problema e conseguire la loro liberazione interna ed esterna dalle maglie che li imprigionano con l’aiuto delle risorse disponibili, in primis la famiglia dove si sono conformate distorsioni o carenze e da dove si deve ripartire correggendole. Cercando un incontro emozionale che possa riparare i malintesi avuti, favorendo una riconciliazione, quando questa è possibile, che aiuti a dare il nutrimento affettivo e la conferma del sé originale di ogni persona, per ripartire di nuovo verso se stessi.

David Cooper, lo psichiatra sudafricano fondatore insieme a Ronald Laing dell’Antipsichiatria, diceva che la società ci imprigiona nelle sue nicchie condizionando la nostra crescita. Egli portava come esempio i circhi della Boemia di metà Ottocento, in cui si esponevano uomini forzatamente cresciuti in casse di legno che determinavano le loro forme. L’innata pulsione alla crescita, sempre mantenuta, spingeva il loro corpo ad adattarsi ai contorni rigidi delle casse, e diventavano mostri da esporre al pubblico. Diceva inoltre Cooper che la famiglia era l’intermediaria tra la società e l’individuo, trasmettendo rigidità, autoritarismo e ingiustizia.

La cosa più importante di questa descrizione è la persistenza a crescere, malgrado circostanze esterne ostili. Questa forza vitale sempre presente in ogni individuo è l’alleato insostituibile del terapeuta, che la deve scovare, eliminando gli ostacoli che le impediscono di manifestarsi.

L’aspetto più difficile per il terapeuta non è accompagnare la lotta che deve fare l’individuo per divenire se stesso, bensì mettere a fuoco questa spinta che resta sempre presente sotto forme variegate di manifestazione sintomatica. Sempre che non si pensi che alla persona manchi geneticamente qualche enzima, oppure qualche neurotrasmettitore o qualche rotella.

Quando la crisalide vuole diventare farfalla deve attraversare un piccolo foro nel telo che la avvolge, ed è un processo lungo ed estenuante, ma guai se qualcuno, per aiutarla, tagliasse quel telo, perché allora non le crescerebbero le ali!

Quando questo processo, sempre relazionale, si conduce con l’aiuto della famiglia questa diventa una risorsa imprescindibile purché si capisca che il processo di liberazione deve riguardare tutti i partecipanti. In caso contrario, i fenomeni di omeostasi impediranno un esito positivo per i pazienti, che rischiano di bloccarsi in terapie che sboccano frequentemente in impasse terapeutiche o drop-out.

Cercando di capire, simultaneamente e consecutivamente a quelli del paziente, i problemi e le limitazioni dei familiari e aiutandoli ad affrontarli - questa volta insieme allo stesso paziente, co-terapeuta nostro, liberato del fardello dell’odio o del rancore e capace di perdonare - si arriva a un’armonia relazionale che diventerà la piattaforma di lancio verso il mondo.

Gli errori di lettura di un periodo vittimista della terapia familiare fecero sì che per un certo tempo le forze terapeutiche si rivolgessero contro la famiglia, sprecando risorse fondamentali per l’individuo.

Invece quando si capisce che l’armonia intergenerazionale permette la differenziazione non solo dell’individuo ma anche della stessa famiglia, questa differenziazione diventa intergenerazionale e lascia fluire il passo del tempo e la linfa vitale che fa crescere gli individui, che potranno inserirsi creativamente nella società, aiutandola a migliorare.

Il vasto ventaglio di temi che gli autori sviluppano in un duetto sinergico abbraccia la profonda relazione tra mente e cervello, il sintomo e il suo significato, i criteri di efficacia della psicoterapia, il rapporto tra farmaci e psicoterapia. Il testo mette in risalto l’uso smodato dei farmaci come unica risorsa non collegata alla psicoterapia, e denuncia l’ignobile sfruttamento delle case farmaceutiche. Le emozioni e le re- lazioni, la paura e il desiderio di cambiare, i bambini feriti, i genitori maltrattanti e le coppie in crisi sono - tra gli altri discussi - argomenti di straordinaria importanza per il nostro lavoro di psicoterapeuti, e gli autori li affrontano con coraggio, dando una convinta opinione e mostrandosi sempre come persone, senza mascherarsi nella professione e nelle diverse teorie. Componendo un libro di divulgazione e di formazione che qualificano ingiustamente come “volumetto” e che è, invece, un vero testo umanista.

I Canachi, abitanti della Melanesia, credono che i pensieri nascano dal corpo e vanno nella realtà attraverso la testa; per loro è un grande elogio dire a qualcuno “testa vuota”, perché vuol dire che comunica bene. Il pensiero occidentale, troppo centrato nella razionalità, purtroppo fa sì che tanti terapeuti abbiano una “stitichezza eidetica”, piena di teorie e di concetti che impediscono il contatto umano profondo che dobbiamo avere con i nostri pazienti. Senza paura di soffrire-con o di accompagnare col sentimento, per con-dividere con loro quel percorso difficile che è la psicoterapia.

Il testo è anche importante per la chiarezza e la sincerità con cui si affrontano temi essenziali per la formazione dei giovani terapeuti, insegnando le difficoltà, le perplessità e le convinzioni dei maestri nell’indicare il cammino. Questo mi fa ricordare quello che scrissi altrove: «Credo che l’apprendimento si faccia meglio quando si vedono i maestri prendersi le loro responsabilità, soffrendo insieme ai loro pazienti nel conseguimento degli obiettivi tracciati, in un compito condiviso che li avvicina, in una lotta “corpo a corpo” con le difficoltà, facendo della psicoterapia un’esperienza fondante di risanamento e di creatività e in ultima istanza, di amore».

Alfredo Canevaro

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