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La costruzione di questo volumetto nasce dal desiderio e dal piacere di condividere alcuni elementi essenziali e basilari del nostro lavoro, offrendoli al confronto critico. Condividere - con chiunque ne abbia curiosità o interesse profondo - elementi di quel che è dentro e intorno all’universo della psicoterapia, in cui navighiamo da un tempo così lungo da essere, ormai, il tempo stesso delle nostre vite.

E allora eccoci qua - due psicoterapeuti, uno psichiatra e uno psicoogo piuttosto in avanti con gli anni e con molti orientamenti in comune - impegnati a riflettere e a parlare insieme del significato del lavoro psicoterapeutico oggi, e sugli apporti possibili della psicoterapia alla vita di individui, famiglie, gruppi sociali.

Il dialogo che abbiamo trascritto qui è diventato, in effetti, un piccolo testo di base. Per tutti. Un testo in cui si condensano esperienze e conoscenze sul funzionamento della mente umana, e sulle possibilità di promuovere e sostenere cambiamenti utili, secondo noi, al benessere delle persone e persino - in modo umile ma naturalmente conseguente - al cammino della civiltà di cui siamo parte.

Dal convincimento profondo dell’utilità delle conoscenze generate dal nostro ambiente di lavoro, scaturisce per noi la necessità di tenere alto il livello del dibattito culturale e scientifico sulla materia “psi”. Abbiamo bisogno di discutere, ad esempio, sulla tendenza a psichiatrizzare, vestendola di malattia e delegandola ai tecnici della salute, ogni forma di umana difficoltà: dal lutto al conflitto, dai problemi di relazione tra le persone alla cura dei comportamenti dei bambini. È in atto una sorta di deriva tecnicistica, che scinde emozioni, sentimenti e stati mentali dai fatti e dalle condizioni che li generano e dalle storie di vita in cui acquistano senso; una deriva che espropria gli individui della competenza di sé, spingendoli verso la dipendenza da chi sa (il tecnico di un dolore umano privato del suo significato), e da qualcosa (una sostanza chimica, o altre simili meccaniche cose) che dovrebbe magicamente sciogliere ogni nodo dell’esistenza. Negandolo. O negandone il senso, con costi individuali e sociali elevatissimi - come proveremo a testimoniare nelle pagine che seguono - e con mortificazione di tutti, a cominciare da terapeuti e pazienti cui è sottratta parte della loro umanità.

Quando si affronta l’insieme di questi temi nel modo essenziale - conversazionale, per l’appunto - che abbiamo scelto, si corrono però rischi serissimi di due tipi, che segnaliamo preventivamente.

Il primo rischio è di semplificare troppo, e quindi banalizzare, cose in realtà molto complicate. Correremo questo rischio perché pensiamo che l’essenziale debba anche poter essere definito in modo semplice. Sapendo che non c’è cosa semplice che non contenga dentro di sé una moltitudine di significati e di possibilità, e, viceversa, che non c’è cosa complessa il cui significato non sia possibile ridurre a una parola. Vale per le figure geometriche: quanta semplicità e quanta complessità coesistono nel cerchio? Vale per l’arte: la pennellata che ha reso eterno il sorriso della Gioconda, o il verso di una poesia. Vale per le scelte della vita: accettare o rifiutare una prospettiva sentimentale o di lavoro. Il semplice e il complesso s’intrecciano, s’inseguono e si scambiano di posto in continuazione in tutte le cose umane: nell’economia, in ognuna delle scienze che riguardano l’uomo, dalla medicina alla politica, e così via. Perciò corriamo volentieri il primo rischio, provando a parlare per riassunti, cercando di cogliere gli aspetti essenziali dei temi incrociati, lasciandoli in qualche caso appena accennati, o sospesi.

Il secondo rischio è più una realtà che un rischio: quello di non poter indicare e ringraziare (se non in minima parte) le tante persone da cui abbiamo preso - e prendiamo - idee e elementi che costituiscono quel sapere che oggi diciamo nostro. Sono gli studiosi, i pazienti, i colleghi, gli allievi, e ovviamente tutte le persone importanti della nostra vita che ci hanno offerto quegli elementi che abbiamo assemblato come si fa con i tanti materiali necessari alla costruzione di una casa un po’ speciale, che non si finisce mai di qualificare e abbellire. Li ringraziamo tutti - intimamente e profondamente - riportando, sviluppando e rilanciando i loro insegnamenti e i loro contributi. Con l’intento di alimentare il circuito immateriale, fatto d’idee e confronti, da cui noi umani proviamo a distillare il miglioramento di noi stessi, e di ciò che facciamo. Proprio come avviene in psicoterapia.

Dicembre 2012

Luigi Cancrini e Giuseppe Vinci

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