La scomparsa della conversazione

Un bravo scrittore americano, Jonathan Franzen, ha commentato su Repubblica dell’11 ottobre un libro di un’importante studiosa, Sherry Turkle, che indaga da molti anni il rapporto tra noi umani e le tecnologie attraverso le quali si comunica di più oggi, i social come Facebook e Twitter. Il libro, non ancora tradotto in Italia, analizza le diverse forme di conversazione e lancia un altro allarme sui rischi dello schiacciamento di capacità essenziali per le relazioni umane: l’empatia (la capacità di riconoscere i sentimenti dell’altro e accoglierli) e l’introspezione (la capacità di comprendere i propri sentimenti e i propri pensieri, ascoltandoli in solitudine). Sento già lo sbuffare degli appassionati dei social, di fronte a quella che può sembrare una lagna retrograda di chi non apprezza la modernità. Non è così. Personalmente amo la tecnologia e penso che i problemi, quando ci sono, stiano sempre nella misura (il modo, la quantità) con cui disponiamo di noi stessi, degli altri, degli oggetti. Voglio solo rilanciare delle idee che mi sembrano interessanti e che coincidono con quel che ho capito, e ho già scritto, da psicologo. La conversazione è il luogo reale nel quale noi conosciamo l’altro. Ciò che ci dice chi è l’altro – come davvero sta, cosa verosimilmente pensa dentro di sé, e chi sono io per lui – non sono solo le sue parole ma, e molto di più, la direzione del suo sguardo, l’espressione del suo viso, la rigidità o la morbidezza della sua postura, i suoi silenzi e i suoi sorrisi, la rabbia che sta trattenendo o l’affetto che gli sta illuminando gli occhi. Ma nella conversazione faccia a faccia noi conosciamo noi stessi, perché «Tutti assomigliamo all’immagine che gli altri hanno di noi» (J. L. Borges). Se non conosciamo quell’immagine, non potremo sapere mai bene chi siamo davvero, in quel momento della nostra vita.

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Le basi dell'intelligenza

Silvia Bencivelli, giornalista scientifica di Repubblica che vale la pena di seguire anche sul suo sito, ha pubblicato il 10 giugno scorso un articolo – L’intelligenza fatta in casa – che vi invito a rintracciare. Lì si racconta delle ricerche sullo sviluppo del cervello degli ultimi decenni, che hanno dimostrato con chiarezza assoluta qualcosa che è assolutamente necessario sapere. L’intelligenza è la «capacità di apprendere, capire, giudicare con particolare facilità, prontezza, acutezza» (dizionario De Mauro), ed è principalmente connessa alla quantità e qualità degli stimoli che si ricevono nei primi anni di vita. Non è necessario essere neuroscienziati per intuire questo. Ma oggi le ricerche sullo sviluppo del cervello ci dimostrano perché è vero ciò che ogni persona di buon senso intuisce.

 

Abbiamo nel nostro cervello circa 100 miliardi di cellule nervose, i neuroni, identici a quelli che hanno tutti gli esseri viventi, dai vermi di pochi millimetri, che ne hanno poche  centinaia, in su. Oggi sappiamo, però, che non è il numero dei neuroni che fa la differenza tra gli esseri viventi, bensì il numero delle connessioni tra un neurone e gli altri. I neuroni degli umani comunicano tra loro attraverso 130.000 miliardi di connessioni, capaci di svolgere 10 quadrilioni di operazioni (10 alla 24esima potenza) ogni secondo. (Abbiamo nella nostra testa il sistema più complesso dell’universo conosciuto!). Il numero delle connessioni tra i neuroni cresce vertiginosamente nei primissimi anni di vita, per poi ridursi fisiologicamente e progressivamente. La nostra identità, le nostre qualità, la nostra intelligenza risiedono lì, in questo intrico di legami tra cellule, che fanno dire ad Alessandro Rossi, dell’Università di Pisa, che noi siamo l’insieme delle nostre connessioni, siamo il nostro “connettoma”.

Per svilupparsi, le connessioni tra le cellule da cui dipende l’intelligenza hanno bisogno di altre connessioni, esterne al corpo: connessioni, cioè relazioni, con adulti capaci di creare intorno ai bambini piccoli (perché sono i primi anni di vita l’età più importante!) condizioni di sicurezza (cioè protezione affettuosa) e stimoli adeguati (parole, esperienze).

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La pagliuzza e la trave

Sul numero di luglio 2015 della rivista satirica livornese “Il vernacoliere”, a pag. 28 trovate questa “lapide”: Agli zingari/Quarantamila/Che vivono in Italia/Dediti al furto, al ladrocinio/Alle ruberie/GLI EVASORI FISCALI/DIECI MILIONI/SUL SUOLO PATRIO/INFEROCITI POSERO – Pilade Cantini, che apre la mente a una riflessione non facile e non scontata.

La questione che viene posta è il differente giudizio su cosa è giusto e su cosa non è giusto a seconda di chi è il soggetto giudicato. Tema antico, per gli umani, che ritroviamo anche nel detto evangelico della trave (nel proprio occhio) e della pagliuzza (che vediamo nell’occhio dell’altro). Quando giudichiamo l’altro – specie se dall’interno di un pregiudizio, come accade agli italiani più che a ogni altro popolo europeo – siamo severi e inflessibili, quando giudichiamo noi stessi siamo indulgenti e comprensivi sino alla cecità. Avete sentito tante volte le strazianti parole di Salvini sui soldi della comunità spesi per i profughi (che in realtà vanno al 90% agli italiani che si occupano di loro, per la verità), o le lamentele sulle ruberie dei politici e sugli sprechi della pubblica amministrazione. Certo esistono e vanno combattute con ogni mezzo, ma perché non assumersi anche la responsabilità di guardare i comportamenti diffusi, quelli che coinvolgono milioni di persone come gli evasori citati da Pilade? Perché non riflettiamo sul fatto che l’evasione fiscale nel nostro paese (91 miliardi annui nel periodo 2007-2012, dei quali 40 solo di IVA) è un danno immane per tutti? Con solo la metà di quei soldi si potrebbero creare occasioni di lavoro per i disoccupati, si potrebbe sostenere i più deboli socialmente, si potrebbe investire in ricerca e istruzione, e avanzerebbero ancora risorse da destinare alla solidarietà verso chi fugge dalla guerra e dalla fame e, infine, ne pagheremmo meno tutti, di tasse.

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Tra razzismo e inerzia

Un sondaggio dell’Istituto americano PEW sul razzismo in sei Paesi dell’Europa (Italia, Polonia, Germania, Francia e Gran Bretagna) dà risultati interessanti per noi italiani: risultiamo essere i più ostili a chi percepiamo come minoranza malfamata. Questo riguarda sia l’atteggiamento verso i Rom, sia l’atteggiamento verso l’Islam, sia persino verso gli ebrei, dove però siamo superati dai polacchi. La nostra ostilità verso l’Islam (61% degli intervistati) è tre volte superiore a quella degli inglesi (19%) e più del doppio di quella di tedeschi e francesi (24%).

 

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