L’ingratitudine e la gentilezza

Mi capita spesso di discutere con altri genitori della mortificazione che deriva dal sentirsi attaccati da figli che pure amano, e per i quali sentono di aver fatto e di fare molto. Altrettanto spesso mi capita di incontrare ragazzi e giovani adulti che si sentono non compresi e rispettati da genitori dai quali spesso non riescono nemmeno a staccarsi. Accuse forti e reciproche – d’ingratitudine da una parte e d’incomprensione dall’altra – che fanno star male e aprono divari che a volte sembrano incolmabili. Hanno ragione tutti.

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Sentirsi in guerra, in tempo di pace

Qualche mese fa Livù mi chiese di scrivere sull’omicidio di un giovane avvenuto a Grottaglie quindici anni fa. Di nuovo è stato assassinato un ragazzo, pochi giorni fa, “con piccoli precedenti per rapina e spaccio”, come hanno scritto i giornali, e per mano di un pregiudicato. Questa volta, però, si è generato uno strano dibattito, in cui i giudizi si sono divisi tra la condanna e il dolore da una parte e, dall’altra, il violento “se l’è cercata”, o “due di meno”. Penso sia necessario fermarsi a riflettere.

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Tradire

Hillman, uno studioso importante di cose umane, sostiene che il tradimento è un elemento “naturale” delle relazioni, esattamente come la fiducia, con la quale sta come stanno le due facce della stessa medaglia. La fiducia presuppone la possibilità del tradimento, che è sempre in agguato, pronto a minare la nostra sicurezza, le nostre false certezze (“non toccherà mai a me, né io tradirò mai”). La fiducia cieca è sottovalutazione della complessità dell’altro, e spesso della sua stessa ricchezza.

Il tradimento amoroso spesso serve a evidenziare, far esplodere, le difficoltà della coppia, e ad avviare un processo di riorganizzazione del rapporto. In tali casi, il tradimento non ha più ragione di durare – quando comincia la riorganizzazione (e magari la terapia) della coppia – perché “serviva” soprattutto a questo.

Non è possibile “proteggersi” dal tradimento amoroso, impedirsi di innamorarsi o di provare attrazione per una persona diversa dal proprio partner. Si può scegliere se dar corso alla cosa oppure no, ma quando questa assume un valore insopprimibile vuol dire che è entrata in azione (e stiamo conoscendo in quel momento) una parte di noi stessi che c’era ignota sin lì. Una parte che va ascoltata e compresa sino in fondo, per fare le scelte giuste.

Penso che la consapevolezza di questa incertezza del legame, sempre esposto alle mie e alle altrui intemperie e ambivalenze, possa ricordarci la necessità di coltivarlo, quel legame, non dandolo per scontato. Pensare il tradimento come evitabile ma possibile, lo restituisce al mondo della vita e non alla sua negazione, e perciò impegna ciascuno di più, verso se stesso e nel legame. Pensare il tradimento come qualcosa di mortale, per la persona che lo subisce e per la famiglia, lo rende mostruoso e ingestibile, innalzando il dolore e bloccando tutti. Il tradimento conosciuto (perché solo di quello parliamo, non della gran parte dei tradimenti che restano invece segreti) ma non perdonato deve essere l’oggetto di un lavoro che la coppia deve affrontare, quando esista con la volontà di non separarsi. Specie se ci sono figli, poiché quel tipo di tradimento, non trattato adeguatamente, genera sentimenti di rancore e vendetta che li coinvolge pesantemente, spesso con danni sensibili.

Tradito e traditore, però, non sono sullo stesso piano: c’è chi agisce e ferisce e c’è chi subisce con dolore. Ma al di là del dolore, il tradimento ricorda e impone al tradito la necessità della sua autonomia, il suo non chiudersi nella dipendenza da un’altra persona, il suo riconoscere la propria e l’altrui ambivalenza, il lato meno visibile di sé. Al traditore che voglia essere perdonato l’aver tradito impone il riconoscimento del danno inferto, e il reale risarcimento affettivo. E a volte si ricomincia bene, dopo il dolore, su gambe più salde e una conoscenza più vasta di sé e del partner.

(Livù, ottobre 2012)

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Segare il ramo su cui si è seduti

È il 27 luglio, mentre scrivo, e Taranto è bloccata dagli operai dell’ILVA. Penso e spero che quando mi leggerete, la minaccia della disoccupazione sarà stata già sventata. Stiamo vivendo la “cronaca di una morte annunciata”, che non è solo la morte delle persone causata da chi, nel tempo, ha gestito l’impianto ritardando gli interventi di sicurezza necessari, allo scopo di lasciare intatti i profitti. È la morte di una città, di un territorio, devastato nella sua bellezza, nelle sue potenzialità, e nella sua stessa possibilità di essere abitato. Troppo tardi abbiamo compreso che era stata un’assurdità piazzare un impianto siderurgico (più un cementificio, più una raffineria) nella periferia della città, incollato alle case. E l’abbiamo compreso con la certezza dei danni da inquinamento, prima intuiti o sperimentati sulla propria pelle (anche personalmente: ci ho lavorato per tre anni), poi freddamente certificati. Abbiamo capito troppo lentamente, non solo per l’avidità di chi ha voluto lucrare su quei terreni, e di chi è stato indifferente alla condizione degli operai, ma anche per l’ignoranza e la debolezza in cui eravamo tutti immersi. Ricordo, negli anni sessanta, la gioia degli emigranti che ritornavano a casa dalla Germania o dal Nord Italia, felice di poter finalmente lavorare nella propria terra. Ricordo l’orgoglio di avere una fabbrica immensa vicina (“l’acciaio tra gli ulivi”). Ricordo la “ricchezza” dei metal-mezzadri (col doppio lavoro, in fabbrica e in campagna) che finalmente consentiva un tenore di vita più alto (il cibo migliore, gli elettrodomestici), e che finanziò le case in proprietà (e un mare di abusivismo…). Nonostante le centinaia di morti sul lavoro, nonostante le polveri e i rumori e i gas venefici.

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