Uccidersi?

La crisi incalza, e tante persone non trovano o perdono il posto di lavoro. Sempre più spesso sentiamo di persone che si suicidano perché “schiacciate dalla crisi” o, come si dice oggi, “per ragioni economiche”. Meglio soffermarsi un attimo a riflettere, per non alimentare idee sbagliate, che non ci aiutano a capire e a essere.

Un primo problema riguarda l’informazione sui fatti tragici che riguardano l’intimità delle persone e delle famiglie, che tende a essere frettolosa e sommaria: arriva la notizia e in pochi minuti si deve avere una spiegazione da far circolare, senza aver prima saputo e capito abbastanza. Ma quando quell’informazione fasulla parte, viene subito scambiata da chi la riceve come una verità certa. Più tardi ci accorgeremo che non è così, e nel caso dei suicidi non è mai così, non esiste mai una verità immediatamente visibile e comprensibile. Se le difficoltà vere della vita (la povertà, i lutti, i fallimenti e le disgrazie) fossero in sé ragione valida e sufficiente per suicidarsi, dovrebbero farlo, ogni giorno, quattro abitanti della Terra su cinque.

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Governare, governarsi

La sensazione di noi cittadini è quella di essere su una nave con i motori bloccati, in mezzo al mare e con nuvole minacciose in testa, cioè senza governo e con problemi che si fanno sempre più drammatici addosso. La stessa sensazione fu di Dante («Ahi serva Italia, di dolore ostello, 
nave sanza nocchiere…»), circa settecento anni fa. La stessa desolazione fu attribuita a Giolitti, Mussolini, Berlusconi: «Governare gli italiani non è impossibile, è inutile». Potremmo trovare altri mille esempi storici di sconforto nella storia delle società, e ciò prova quanto sia purtroppo normale attraversarli e quanto sia normalmente difficile per gli umani darsi un buon governo.

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La pancia, la testa e il voto

É il 1° marzo, mentre scrivo, e vedo le sorprese del voto di febbraio: 1) il travolgente successo del Movimento 5 Stelle, che in un sol colpo diventa il primo partito; 2) la quasi vittoria di Berlusconi che, dato per spacciato da tutti (compresi i suoi), per un soffio non riconquista il comando; 3) la stravolgente e persistente incapacità del PD di comprendere rabbie e speranze degli italiani d’oggi. É chiaro a tutti che il punto 3 spiega, da solo, una buona parte dell’1 e del 2: quella che un tempo era l’alternativa progressista, prospettata da uomini come Enrico Berlinguer, è diventato un opaco specchio affollato di uomini in carriera, detestati dalle persone che vogliono il bene comune, e pure dai cinici, che a loro preferiscono altri, più esplicitamente cinici. Resistono a votarli alcuni per antica e oggi irragionevole passione, altri per pura convenienza, mentre i più cercano, sempre di più, altrove. Ma non è questo il punto che interessa ora lo psicologo, affascinato innanzitutto dal mistero berlusconiano e da qualche aspetto del personaggio Grillo.

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Il contesto e le idee

La differenza fondamentale tra una comunità ricca e una comunità povera non sta nella media dei depositi bancari dei suoi abitanti ma nella quantità e qualità d’idee che circolano al suo interno. Una comunità ricca d’idee è una comunità pulsante e viva e chi ne respira l’aria, è “naturalmente esposto” a stimoli che diventano altre idee, magari migliori delle precedenti, e che vanno a loro volta ad arricchire e a nutrire il contesto, creando un circolo virtuoso in cui il meglio (di chiunque) avanza. Le idee sono e producono creatività, cultura, inventiva, sapere, soluzioni nuove a problemi antichi e attuali; sono la base immateriale su cui si basa la civiltà e la stessa ricchezza materiale di un luogo; sono l’anima di quella comunità in cui nascono e si esprimono, e si sa che senz’anima si è pietre.

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