Provocazioni amorose

Al bisogno, sappiamo provocare, e tante volte ci sentiamo oggetto di provocazioni. Qual è il senso della provocazione, quando accade nelle relazioni più importanti della nostra vita, quelle che ci legano a genitori, o figli, o partner? Perché un bambino – che, in quanto tale, ha sempre bisogno di sentirsi protetto e amato dalla propria mamma e dal proprio padre – li tormenta attivamente con comportamenti insopportabili? Perché una ragazza che si lamenta di sentirsi perseguitata dalla vicinanza dei suoi genitori si procura dei tagli ben visibili sulle braccia, o un ragazzo che "vuole la sua indipendenza" spaventa i suoi chiudendosi in un silenzio assordante, o facendo sparire oggetti preziosi dalla casa? Perché nella coppia accade così spesso che uno dei due, pur non avendo nessuna intenzione di rompere il legame, fa esattamente ciò che l'altro detesta?

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La speranza e l’illusione

La linea che distingue la speranza dall'illusione è assai sottile, a volte quasi invisibile, perciò assai difficile da stabilire. Tuttavia, ciascuno intuisce quanto sia importante saper distinguere le due cose, poiché solo una – la speranza – sta con tutto ciò che è dalla parte della vita. Siamo biologicamente e psicologicamente costruiti per sperare, e la speranza è inscritta in ogni cellula del nostro corpo, e di ogni cosa viva. Il detto «Finché c'è vita c'è speranza» lo spiega in maniera tecnicamente perfetta, e chiarisce sino in fondo che la speranza è parte integrante della vita, non è un accessorio opzionale. Perciò è naturale e giusto sperare. Si è disperati solo quando ci si oppone attivamente al flusso della vita, perché la vita chiama se stessa, senza bisogno di nient'altro.

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Contro la nostalgia

Il 28 marzo scorso abbiamo visto stringersi la mano Papa Francesco e il Presidente degli Stati Uniti Obama, e li abbiamo visti sorridenti ed emozionati entrambi (di più il secondo). Avevano ragione di essere emozionati, forse anche perché consapevoli di ciò che rappresentano di fronte alla storia: la smentita dell’idea così diffusa che il mondo, col passare del tempo, resta fermo o peggiora. Soltanto cinquant’anni fa in America neri e bianchi dovevano usare tram diversi, e proprio dal rifiuto di una donna nera di rispettare quella regola partì il movimento di riscatto dei discendenti di chi, nei due secoli precedenti, era arrivato in catene dall’Africa. Nessuno, sino a pochi anni fa, avrebbe scommesso sul fatto che un uomo di colore avrebbe potuto ricoprire il ruolo che oggi è di Obama.

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L’insulto e la purezza inesistente

Il dizionario online Treccani così definisce l’insulto: «Grave offesa ai sentimenti e alla dignità, all’onore di una persona (per estensione, anche a istituzioni, a cose astratte), arrecata con parole ingiuriose, con atti di spregio volgare (come per es. lo sputo, un gesto sconcio, ecc.) o anche con un contegno intenzionalmente offensivo e umiliante». Gli aggettivi che accompagnano l’insulto, per quel dizionario, sono di solito: grave, vile, villano, volgare, crudele, atroce, sanguinoso. Tutti abbiamo subìto l’esperienza dell’essere stato insultato, e tutti abbiamo almeno qualche volta insultato; ma il punto su cui vorrei riflettere con voi è che l’insulto è sempre di più uscito dai confini delle relazioni private per diventare linguaggio quotidiano delle relazioni pubbliche, quelle che riguardano i rapporti tra i soggetti della vita politica e i rapporti tra le persone e le istituzioni.

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